Tornanti. Gli ultimi greci dell’ Aspromonte

Posted on novembre 18, 2019

“I tornanti sono le strette curve che si susseguono e s’inerpicano in Aspromonte per raggiungere il borgo di Gallicianò, ma i tornanti sono anche coloro che, abbandonato in passato il paese per ragioni sempre legate all’emigrazione, vi tornano come scelta esistenziale, come approdo di un viaggio dell’anima. La parola ‘tornanti’ ci offre questo cortocircuito di significati e suggerisce dunque che il viaggio verso e dentro Gallicianò è fatto di parole – quelle lette e soprattutto quelle non dette – e sta a noi associarle, anche liberamente, alle fotografie di Salvatore Audino, fotografo che cerca storie mentre queste trovano lui. Mai come qui ha senso dire che le parole sono pietre. E che – aggiungo – le pietre sono parole. In tutto questo le parole hanno un peso ulteriore – e determinante – se consideriamo che qui si parla il greco antico. Ellenofoni, vengono definiti gli abitanti. L’autore si è mosso assieme a Carmela Barbara, che di parole se ne intende essendo giornalista e scrittrice. Ne è nato un racconto dove immagini e parole si cercano, qualche volta si toccano, qualche altra volano nei loro universi paralleli. Si potrebbe essere tentati di richiamare, come tipo di operazione, le famose ‘campagne’ di ricerca sul campo che portarono al Sud, per esempio, l’antropologo Ernesto de Martino insieme al fotografo Franco Pinna. Il primo intervistava contadini, tarantate, pastori, il secondo li fotografava. In realtà qui tutto è diverso: gli intenti, anzitutto, non sono ‘scientifici’ come allora ma narrativi e umanistici. Inoltre quelle spedizioni degli anni ’50 e ’60 restavano corpi estranei rispetto alla comunità, che veniva considerata un laboratorio, mentre ben altra è l’empatia che si avverte nell’approccio di Audino e Barbara. Non è indifferente il fatto che il nostro fotografo è anch’egli uomo del Sud, pronto a sintonizzarsi con gli abitanti di Gallicianò. Il percorso di questo lavoro fotografico non porta dunque a una tesi di laurea, ma piuttosto a immaginare la ‘fontana dell’amore’ – crocevia fatale di fidanzamenti paesani – come l’ombelico del mondo. L’isolamento di questa comunità, e al contempo il cemento della sua identità, non è più legato in primis alla geografia, ma anche e soprattutto a quella lingua trasmessa per predestinazione. Una lingua quasi ancestrale, appartenente a un tempo remoto e qui presente in un tempo sospeso, in un sempre che per alcuni è un mai. Ma guarda! Anche la fotografia lavora su questo: crea un presente e un ‘sempre’ a partire da un passato, conserva e ripropone il tempo andato come fa la lingua greca in questo luogo forse esistente o forse latente che si chiama Gallicianò.” (dal contributo di Leonello Bertolucci)

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